LA
CETRA ANGELICA
All'epoca
in cui Francesco era presso Rieti, alloggiando per alcuni giorni in
una camera dl Tebaldo Saraceno per motivo del suo male d'occhi, disse
una volta a uno dei compagni che nel mondo aveva imparato a suonare
la cetra: «Fratello, i figli di questo secolo non sono sensibili
alle cose divine. Usano gli strumenti musicali, come cetre, arpe a
dieci corde e altri, per la vanità e il peccato, contro il volere di
Dio, mentre nei tempi antichi gli uomini li utilizzavano per la lode
di Dio e il sollievo dello spirito. Io vorrei che tu acquistassi di
nascosto una cetra da qualche onesto uomo, e facessi per me una
canzone devota. Ne approfitteremmo per accompagnare le parole e le
lodi del Signore. Il mio corpo è afflitto da una grande infermità e
sofferenza; così, per mezzo della cetra bramerei alleviare il dolore
fisico, trasformandolo in letizia e consolazione dello spirito».
Francesco di fatti aveva composto alcune laudi al Signore durante la
sua malattia e le faceva talora cantare dai compagni a gloria di Dio
e a conforto della sua anima, nonché allo scopo di edificare il
prossimo Il fratello gli rispose: «Padre, mi vergogno di andare a
chiedere una cetra, perché la gente di questa città sa che io nel
secolo sonavo la cetra, e temo che mi sospettino ripreso dalla
tentazione di suonare». Francesco concluse: «Bene, fratello,
lasciamo andare». La notte seguente il Santo stava sveglio. Ed
ecco sulla mezzanotte, fremere intorno alla casa dove giaceva il
suono di una cetra: era il canto più bello e dilettoso che avesse
udito in vita sua. L'ignoto musicista si scostava tanto lontano,
quanto potesse farsi sentire, e poi si riavvicinava, sempre
pizzicando lo strumento. Per una grande ora durò quella musica.
Francesco, intuendo che quella era opera di Dio e non di un uomo, fu
ricolmo di intensa gioia, e con il cuore esultante e traboccante di
affetto lodò il Signore che lo aveva voluto deliziare con una
consolazione così soave e grande. Al mattino, alzandosi, disse al
compagno: «Ti avevo pregato, fratello, e tu non mi hai esaudito.
Ma il Signore che consola i suoi amici posti nella tribolazione,
questa notte si è degnato di consolarmi». E narrò l'esperienza
avuta. Stupirono i fratelli, comprendendo che si trattava di un
grande miracolo, e conclusero che Dio stesso era intervenuto a
portare gioia a Francesco. In effetti, non solo a mezzanotte, ma
anche al terzo rintocco della campana, per ordine del podestà,
nessuno poteva circolare per la città. D'altronde, come Francesco
riferì, la cetra sonante andava e tornava nel silenzio, senza parole
di bocca umana, e ciò per una grande ora, a sollievo del suo
spirito.
(Leggenda
Perugina, 1571, 24)
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